TFR. Meglio un uovo oggi…

In queste ore si fa un gran parlare di TFR e dell'intenzione del governo Renzi di trasferirlo nelle buste paghe dei lavoratori dipendenti. Ma andiamo per gradi. Che cos'è il TFR? E' un acronimo che sta per "trattamento di fine rapporto" e dai più è conosciuto come liquidazione, ovvero la somma che viene data al lavoratore dipendente nel momento in cui il rapporto di lavoro termina per qualsiasi motivo. L'importo del TFR si basa su un accantonamento pari al 6,91% della retribuzione annuale che viene rivalutata sulla base del tasso fisso dell'1,5% più una parte variabile calcolata in base all'indice Istat dei prezzi al consumo.

Ricordiamo che grazie alla riforma del gennaio 2007 i lavoratori dipendenti del settore privato possono scegliere se ricevere il TFR come liquidazione finale oppure se versarlo in un fondo pensione integrativo. Alla fine del rapporto di lavoro il TFR può essere versato al lavoratore una tantum oppure in due o tre rate, a seconda dell'importo. Trascorsi otto anni presso lo stesso datore di lavoro, il lavoratore può chiedere, una volta soltanto, un'anticipo del TFR per un ammontare che può arrivare fino al 70% del totale della liquidazione.

Ora l'attuale governo avrebbe intenzione di trasferire, dal primo gennaio 2015, il 50% del TFR nella busta paga dei lavoratori dipendenti e lasciare l'altro 50% alle imprese fino alla fine del rapporto lavorativo. Detto in parole povere, se un lavoratore guadagna 1.300 euro netti mensili determina un accantonamento di circa 140 euro mensili e ogni mese potrà ricevere in busta paga 70 euro in più. Secondo Matteo Renzi questa manovra garantirebbe al lavoratore di avere un pò più di soldi da spendere e rilancerebbe l'economia del nostro Paese attraverso un aumento dei consumi delle famiglie ma non tutti, sindacati e imprese in testa, sono d'accordo con il premier.

Il segretario della Cgil, Susanna Camusso, fa notare che il TFR è fatto di soldi che sono già dei lavoratori e nessuno ci deve venire a raccontare che si tratta di un aumento salariale mentre gli imprenditori, soprattutto quelli della piccola e media impresa, rispondono che per loro sarebbe un salasso perchè andrebbero incontro ad una grave crisi di liquidità non disponendo più del TFR che viene utilizzato dalle aziende per autofinanziarsi. L'ammontare annuo dell'accantonamento dei lavoratori dipendenti italiani è di circa 24 miliardi (su 326 miliardi di retribuzioni) e di questi il 40% matura nelle piccole e medie imprese, ovvero circa 10,8 miliardi. Se il TFR venisse trasferito per metà in busta paga, nelle casse delle piccole e medie imprese verrebbero a mancare 5 miliardi e mezzo e nell'attuale momento sarebbe un buco enorme che andrebbe ad aggravare ulteriormente la situazione di crisi. A ciò bisogna aggiungere che mettendo il TFR in busta paga all'Inps verrebbero a mancare 3 miliardi l'anno, ovvero la metà dei 6 miliardi che l'istituto di previdenza incassa ogni anno sotto forma di flussi di TFR dei dipendenti privati. Anche le pensioni integrative potrebbero essere a rischio perchè i fondi pensione conterebbero su meno risorse.

Nemmeno per i lavoratori però si tratterebbe di una misura totalmente positiva perchè se è vero che la metà del TFR ricevuta subito in busta paga potrebbe dare sollievo immediato e rilanciare i consumi, è anche vero che quei soldi non ci saranno più al momento del pensionamento e si rischierebbe di spendere oggi le ricchezze di cui dovremmo poter disporre domani. Un altro risvolto negativo della manovra riguarda la tassazione: se il TFR versato a fine rapporto è soggetto a tassazione separata e agevolata, la metà del TRF versato in busta paga subito e cumulato con il resto dello stipendio comporterebbe un aumento dell'aliquota Irpef e costringerebbe i lavoratori a pagare più tasse. In altre parole, l'unico a guadagnarci sarebbe lo Stato che avrebbe un gettito di quasi tre miliardi se il 50% dei lavoratori decidesse di optare per l'anticipo in busta paga.

Se tiriamo le somme, questa proposta del governo potrebbe essere positiva solo ad alcune condizioni.

 Prima condizione: il lavoratore dovrà essere lasciato libero di decidere se chiedere il 50% del TFR in busta paga subito o riceverlo nel momento in cui si concluderà il rapporto di lavoro in modo che le sue esigenze possano adattarsi al fatto che i soldi ricevuti ora non saranno più disponibili in futuro.

Seconda condizione: la quota del TFR versata in busta paga dovrà comunque avere una tassazione agevolata, magari potrebbe essere versata in un unica tranche annuale come una specie di quattordicesima e tassata di meno rispetto alla normale busta paga.

Terza condizione: le banche dovranno dare i soldi che arrivano dall'Europa alle piccole imprese per garantire liquidità e per far si che l'anticipo del TFR non produca un buco insostenibile nelle loro casse e in quelle dell'Inps.

Morena Zapparoli Funari

12 Agosto 2014

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